giovedì 17 dicembre 2015

Ci ha lasciato Gabre Gabric, l’unica sopravvissuta dei giochi di Berlino 1936

Una triste notizia per il mondo dell’atletica, si è spenta oggi Gabre Gabric. 101 anni compiuti lo scorso 14 ottobre, l’ex discobola, azzurra ai Giochi Olimpici di Berlino 1936 e Londra 1948, è stata la capostipite di una vera propria “dinastia atletica” che l’ha vista praticamente
attraversare un secolo di storia. Moglie del compianto Sandro Calvesi, il maestro degli ostacoli, la Gabric non aveva mai abbandonato la sua passione per i lanci collezionando tante medaglie internazionali e record anche nelle categorie Master. Alla figlia Lyana e alla famiglia Ottoz, le più sentite condoglianze da parte del presidente FIDAL Alfio Giomi e l’abbraccio di tutta l’atletica italiana. La camera ardente sarà allestita presso la Poliambulanza di Brescia.
di Giorgio Cimbrico fidal.it
La donna che visse molte volte se n’è andata ieri, a 101 anni. Era l’azzurra con il più remoto stato di servizio, in assoluto l’unica sopravvissuta dei Giochi di Berlino 1936. Si chiamava Ljubica – in slavo, amorina – ma per tutti era la Gabre, Gabre Gabric, vissuta sotto molte bandiere, sin da quella della nascita, avvenuta sotto l’etichetta “K und K”, Koenig und Kaiser, che appariva accanto al’immagine di Francesco Giuseppe. La Dalmazia, quando lei venne al mondo, era Imperial Regia.

Una vecchia foto bianco e nero la ritrae bella e misteriosa, come un’avventuriera delle trame di Eric Ambler. Di Gabre non si conosceva di preciso l’età: forse era del ’17, ma i registri di Ellis Island, dove approdò con il piroscafo “President Wilson” nel 1923, attestano che la bambina aveva 9 anni: 17 ottobre 1914. Il padre Martin, ex ufficiale, non ebbe nulla da eccepire quando l’addetto all’emigrazione scrisse quella data, quell’età. Ma la Gabre americana dura poco: di lì a poco torna in Dalmazia, a Zara, e si ritrova suddita di Vittorio Emanuele III. Italiana.
E’ una piccola collezione di dati, di fatti che contribuisce a renderla un personaggio tramandato da un mondo sparito, la protagonista di un secolo che un famoso storico inglese ha definito breve e che a lei è servito a molte cose: portare la sua elegante figura sulle pedane del disco (non era ancora il tempo di certe draghesse: lo attestano le parabole appena oltre i 40 metri) e diventare fondatrice di una delle grandi dinastie dell’atletica italiana: Gabric-Calvesi-Ottoz sarebbe da scrivere di seguito, senza interpunzioni.
Sempre stata di lingua svelta, la Gabre. Quando andò ai Giochi di Berlino, le capitò di incontrare Adolf Hitler e lo definì “una  piccola persona insignificante , ma con occhi bestiali”. Il cancelliere era piuttosto assiduo all’Olympiastadion e naturalmente era presente quel giorno per la vittoria di Gisela Mauermayer, dotata di tessera del partito nazionalsocialista e con qualche noia al termine della guerra. Gabre finì decima per guadagnare posizioni (sesta) due anni dopo agli Europei di Vienna, i primi per le ragazze. Durante la guerra conquistò due dei suoi quattro titoli italiani e a conflitto appena finito fece parte dell’avventurosa spedizione che, su un traballante Dakota, fece rotta per gli Europei di Oslo, il primo appuntamento che tornò a riunire gli atleti nel segno della pace e del ricordo di quelli che erano stati spazzati via. Chiuse con Londra ’48 e con 22 maglie azzurre.
Gli anni bresciani si prolungano nel tempo, accanto al marito Sandro Calvesi, libero docente di scienza e tecnica degli ostacoli, che scompare nel 1980: la poliglotta Gabre si ritrova a chiacchierare con gli allievi di Sandro che arrivano dalla Francia e dalla Gran Bretagna. C’è anche un ragazzo occhialuto, nato sulle rive del Mediterraneo, aostano, simpatico, ribaldo. Eddy Ottoz sposerà Liana Calvesi e Gabre diventerà la nonna di Laurent, Pilar e Patrick. Una nonna unica che anche con l’avanzare dell’età, con l’ingresso nella terza e nella quarta età, non rinuncia ad andare a saggiare la pedana del peso e del disco. Chi ha imparato quei gesti, non riesce a dimenticarli, finisce per condividerli con chi, in gioventù, si dedicava ad altre sfere. Uno è un suo magnifico compaesano, Ottavio Missoni. Gran razza, i dalmati. Le donne sono sempre state bellissime e i veneziani su quella costa tra gli uomini arruolavano i fanti de mar, i primi marines della storia.
Tra i Master, Gabre raccoglie quattordici titoli mondiali e europei e una raffica di record per una mrriade di categorie di età. Un anno fa, per il traguardo del centenario, è ancora così vispa e brillante che all’invito di Liana di trasferirsi ad Aosta, nelle tende degli Ottoz, risponde da vecchia guerriera di una tribù ormai sparita: “Sto bene, me la cavo da sola”. Eterna, sino all’addio sussurrato ieri.

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