Il nuovo record mondiale degli 800 metri indoor ha riaperto un tema che divide atleti, tecnici e appassionati. Keely Hodgkinson, protagonista del sensazionale 1:54.87 ottenuto a Liévin il 19 febbraio, dopo aver cancellato il primato di Jolanda Čeplak che resisteva dal 2002, ha scelto di trasformare la sua impresa in una domanda pubblica: «Gli uomini dovrebbero fare da pacemaker nelle gare femminili?».
La questione non è banale. In pista, le competizioni restano rigidamente separate per genere, mentre nelle gare su strada la presenza di pacemaker maschili è ammessa e incide in modo evidente sulle prestazioni. Non a caso, nei record mondiali di maratona femminile convivono due tempi ufficiali: il 2:09:56 di Ruth Chepngetich ottenuto in gara mista e il 2:15:50 di Tigst Assefa, stabilito in una prova esclusivamente femminile a Berlino nel 2023.
Hodgkinson, che punta dichiaratamente al primato outdoor di Jarmila Kratochvílová (1:53.28, datato 1983), ha così acceso un confronto che coinvolge equità, regolamenti e futuro dell’atletica. Molti tifosi hanno accolto con favore l’idea di introdurre pacemaker maschili anche nelle gare femminili su pista, ritenendola una possibile evoluzione dello sport.

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