Due anni fa, il cronometro della maratona di Chicago si fermò su un irreale 2:09:56. L'impresa della keniota Ruth Chepngetich fu celebrata dai telecronisti come un vero e proprio "sbarco sulla Luna" sportivo, un trionfo che sbriciolò il precedente primato mondiale e abbassò il suo personale di cinque minuti. A chi, come Robert Johnson, osò chiederle conto dei sospetti di doping, l'atleta rispose con freddo distacco: "La gente parla, io non lo so".
Oggi quelle voci sono diventate sentenze. Solo cinque mesi dopo quel traguardo storico, la carriera di Chepngetich è collassata: positiva a un test antidoping e punita con tre anni di squalifica. Nel circuito dell'atletica il suo nome è diventato un tabù, eppure il suo record mondiale rimane intatto e ufficialmente riconosciuto, protetto dall'esito negativo del test effettuato subito dopo quella specifica gara.
Brett Clothier, a capo dell'Athletics Integrity Unit (AIU), non nasconde l'amarezza per un epilogo che definisce "insoddisfacente". Tuttavia, il codice mondiale antidoping tutela rigidamente i diritti legali degli atleti, rendendo le retrocessioni dei risultati estremamente complesse. La presenza di un record imbattuto ma firmato da un'atleta squalificata rappresenta una ferita profonda per la credibilità di tutta l'atletica.
Lo sport porta già il peso di primati storici altamente ambigui, figli del doping di Stato degli anni '80 o delle giustificazioni surreali di atlete come Florence Griffith Joyner, i cui exploit vennero difesi con la scusa di migliaia di addominali al giorno, ma in seguito oscurati dalle accuse di ex colleghi sull'uso di ormoni. Il caso di Chepngetich, però, è un unicum: mai nessuno aveva subito una squalifica così lunga a così poca distanza da un record mondiale.
Le scuse fornite dalla keniota per giustificare livelli di idroclorotiazide (HCTZ) venti volte oltre il limite hanno rasentato il grottesco: ha dichiarato di aver assunto per errore il farmaco della sua domestica. A peggiorare il quadro, l'AIU ha trovato sul suo telefono messaggi sospetti su testosterone e programmi di dubbia natura, goffamente liquidati dall'atleta come semplici chat di gruppo.
Di fronte a queste evidenze, la WADA frena gli entusiasmi di chi vorrebbe cancellare il record: senza prove inconfutabili che l'atleta fosse dopata esattamente al momento del primato, la revoca retroattiva violerebbe i principi di proporzionalità giuridica. Il precedente di Lance Armstrong, privato dei suoi Tour de France, risulta inapplicabile poiché l'ex ciclista texano scelse volontariamente di non difendersi legalmente, non creando così una solida giurisprudenza.
L'idea di introdurre un "contratto sociale" – che obblighi gli atleti a cedere i propri primati in caso di positività entro un anno – rimane un'utopia, frenata dalla necessità di un consenso globale pressoché impossibile da raggiungere.
Tuttavia, il sistema sta reagendo. L'atletica è tra i pochi sport a combattere il doping con azioni concrete: l'AIU, pur con un budget limitato, ha già smascherato 317 atleti d'élite kenioti. Parallelamente, il mercato si sta muovendo: sponsor del calibro di Adidas e Nike stanno finanziando test extra per i propri campioni prima dei grandi eventi, mentre alcuni agenti sportivi stanno introducendo clausole per azzerare i compensi in caso di doping intenzionale. Segnali forti che indicano la volontà di un intero movimento di proteggere il proprio futuro, lasciandosi alle spalle gli scandali del passato.

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